
Confcommercio a Bruxelles: le economie di prossimità sono un’infrastruttura sociale
«Le città sono la vera pelle dell’Europa». Con questa immagine il presidente Carlo Sangalli ha aperto il convegno che il 24 giugno ha portato Confcommercio al Parlamento europeo. Un confronto tra i vertici della Confederazione, istituzioni europee, eurodeputati, ricercatori e reti di città per chiedere che l’economia di prossimità venga riconosciuta come infrastruttura della coesione sociale.
BRUXELLES. L’idea che il negozio sotto casa non sia soltanto un’attività economica, ma un bene comune, un presidio, un pezzo di infrastruttura sociale da curare come si curano le scuole o i trasporti è il filo che ha tenuto insieme le diverse voci che si sono ritrovate al Parlamento Europeo per il convegno «Le città come motore di sviluppo e coesione in Europa», organizzato dalla Delegazione di Confcommercio presso l’Unione europea, in sinergia con il progetto confederale Cities.
La tesi che Confcommercio ha portato a Bruxelles è chiara: il valore delle economie di prossimità deve essere esplicitamente riconosciuto e sostenuto dalla politica di coesione. Non un settore da assistere, ma una leva di competitività e coesione da cui ripartire.
Sangalli: le imprese, «volto e anima» delle città
«Confcommercio è, e si sente, la rappresentanza economica nelle città, anzi, delle città» con questo forte messaggio, Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, ha aperto i lavori del convegno. «Perché le nostre imprese animano le città, le rendono attrattive e vivibili, danno loro un’identità. Le nostre imprese sono volto e anima dei territori, garanti di pluralismo imprenditoriale, presidi insostituibili di sicurezza e contrasto al degrado».
Da qui il richiamo al progetto Cities, definito “il cuore” dell’impegno confederale: uno strumento concreto, ha spiegato Sangalli, per accompagnare le diverse Confcommercio nel rafforzare le competenze utili allo sviluppo urbano e per portare l’attenzione sul ruolo delle imprese nel contrastare la disgregazione del territorio, «di cui la desertificazione commerciale è spesso il segno più eclatante».
Sangalli ha affidato a un’efficace metafora la chiusura del suo intervento: «Le città sono la vera pelle dell’Europa. Perché, come la pelle è il più grande organo del nostro corpo, così le città in Europa sono diffuse, riconoscibili, e sono la nostra soglia di incontro con il mondo. E’ anche quello che, se ben curato, ci fa sembrare più giovani. Proprio le città, insomma, possono rendere il Vecchio Continente un giovane di esperienza, ancora in grado di dire la sua con forza nel panorama mondiale».
Il saluto istituzionale: l’Italia e l’Europa delle città

Il saluto istituzionale è stato portato dall’ambasciatore Marco Canaparo, rappresentante permanente aggiunto d’Italia presso l’Unione europea, il cui intervento ha offerto anche una cornice di policy. Canaparo ha collocato il dibattito nell’ambito della nuova agenda europea per le città, presentata dalla Commissione lo scorso dicembre: un documento che, ha ricordato, riconosce le città non più soltanto come beneficiarie delle politiche europee, ma come partner strategici dell’Unione nella realizzazione delle priorità continentali. In questo quadro, negozi, pubblici esercizi e servizi di prossimità contribuiscono in modo decisivo alla vivibilità dei quartieri, alla qualità dello spazio pubblico e alla sicurezza percepita dai cittadini, contrastando la marginalizzazione e la desertificazione che interessano molte realtà europee.
Ha richiamato poi l’esperienza italiana nelle politiche urbane integrate: il Programma nazionale Metro Plus e Città medie del Sud 2021-2027 e la partecipazione di nove città italiane alla Missione europea per cento città climaticamente neutre e intelligenti entro il 2030. Uno sguardo è stato rivolto anche al futuro: il dibattito sulla politica di coesione dopo il 2027, con un articolo dedicato del regolamento Fesr che propone un approccio ampio e integrato alle strategie urbane, attento alla flessibilità e alla diversità del modello urbano europeo. «Investire nelle città» ha concluso «significa investire nella competitività dell’Europa, nella sostenibilità del suo modello di sviluppo e nella coesione delle sue comunità».
Un ecosistema da 1.800 miliardi: i numeri dell’economia di prossimità
Ad introdurre e a coordinare i lavori è stato Carlo Massoletti, incaricato alle Politiche Ue di Confcommercio, che ha messo a terra le dimensioni del fenomeno. L’ecosistema dell’economia urbana di prossimità – commercio, turismo, pubblici esercizi e servizi di mercato – riunisce in Europa oltre 10 milioni di imprese e dà lavoro a circa 60 milioni di persone. Nel 2024 ha generato 1.800 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa il 14-16% del Pil dell’Unione europea. E negli ultimi dieci anni, in termini di ricchezza prodotta, questo ecosistema è in costante crescita, mentre la manifattura è in contrazione.
La parte economica, però, è solo una parte del contributo: l’ecosistema «tiene vive le città, i quartieri e il territorio» ed è veicolo di inclusione e crescita sostenibile. Ma è un sistema complesso, dove fattori economici, sociali, tecnologici e culturali si mescolano. Da qui la tesi di metodo che ha attraversato l’intera giornata: «Il modello per silos della politica tradizionale non funziona più. L’approccio deve essere trasversale». Perché, ha avvertito Massoletti, «il mercato è selettivo, non perdona e non aspetta i ritardatari. Le piccole imprese chiudono, i centri delle città si desertificano e si trasformano, portandosi dietro fenomeni di nuova marginalità».
Per Massoletti occorre agire subito e in modo integrato. I fronti indicati sono molteplici e connessi tra loro:
- rigenerazione urbana, anche nel rapporto con le proprietà immobiliari, e sicurezza dei centri;
- urbanistica condivisa con i corpi intermedi del territorio;
- accessibilità, infrastrutture e trasporti;
- sostenibilità, dall’energia all’economia circolare, con la riduzione della burocrazia;
- tecnologia e gestione dei dati, con l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale e della cybersecurity sulle piccole imprese;
- contrasto alla desertificazione commerciale, attraverso sostegno alle startup, piattaforme di aggregazione come i distretti urbani del commercio, formazione e ricambio generazionale;
- turismo come driver di sviluppo, legato a cultura, identità e marketing territoriale;
- credito, con costi più contenuti e uniformi a livello europeo, e fisco da riformare e armonizzare;
- concorrenza sleale, con la richiesta di «stesse regole per lo stesso mercato» anche nei confronti delle piattaforme di vendita online.
«Come Confcommercio non abbiamo una ricetta definitiva, ma abbiamo le idee chiare sugli obiettivi. Il come dipenderà molto anche dal livello di consapevolezza da parte delle istituzioni dei problemi e del livello di interlocuzione che saremo in grado di generare con la buona politica» ha concluso.
La prossimità come «bene comune»
Francesca Stifano, direttore centrale Relazioni istituzionali e Servizi legislativi di Confcommercio, ha portato il dibattito verso richieste concrete alle istituzioni europee. Il suo intervento è partito da una premessa: la città non è soltanto il luogo dove si incontrano domanda e offerta, ma un ecosistema in cui prendono forma bisogni sociali, relazionali, di sicurezza, e in cui «la condizione del cittadino precede, e in parte trascende, quella del consumatore».
Da qui, il paradosso che descrive la crisi delle città italiane: mentre cresce la domanda di servizi di prossimità e di città a misura d’uomo, molti centri urbani conoscono una progressiva desertificazione commerciale. I dati dell’ufficio studi Confcommercio parlano chiaro: negli ultimi tredici anni in Italia hanno chiuso circa 156.000 punti vendita, e senza interventi correttivi se ne rischiano altri 114.000 nel prossimo decennio. Se la domanda di prossimità cresce ma l’offerta arretra, ha spiegato Stifano, la risposta va cercata nelle dinamiche di mercato: la concorrenza asimmetrica dei grandi player, i cambiamenti demografici, i flussi turistici non gestiti, un quadro regolatorio che fatica a valorizzare le attività locali. Tutti fattori che producono effetti ben oltre la dimensione economica, perché le attività di prossimità generano «presidio del territorio, sicurezza, relazioni sociali, qualità urbana. Producono quindi quelle esternalità positive che il mercato da solo tende a non riconoscere pienamente».
Su questo punto Stifano ha concentrato la richiesta di policy. La recente agenda europea per le città e l’iniziativa delle Capitali europee del piccolo commercio sono segnali importanti, ma non ancora sufficienti: «Segnalano una crescente attenzione di Bruxelles per il ruolo dell’economia di prossimità nella vitalità urbana. Il commercio di vicinato viene considerato come un asset strategico per la coesione sociale, la sicurezza e la vivibilità delle città. Si tratta, tuttavia, di riconoscimenti che faticano ancora a tradursi in strumenti efficaci. È invece necessario che le economie di prossimità vengano viste come una infrastruttura socio-economica essenziale e quindi finanziabile in quanto tale dagli strumenti della politica di coesione, anche preservando, nel futuro bilancio, l’approccio place-based e multilivello».
«Serve un cambio di passo, anzitutto attraverso un’adeguata ponderazione degli interessi in gioco che faccia sintesi tra concorrenza e utilità sociale. La prossimità non è soltanto un modo di organizzare l’offerta: è un bene comune ed è il presupposto stesso della coesione sociale».
Le ricerche: dai numeri Ocse ai casi delle città europee
Lo studio «Local Retail, Global Trends»
A dare al dibattito una base empirica è stato Marco Bianchini, capo unità Digitalizzazione e IA per le PMI dell’Ocse, che ha presentato la ricerca Local Retail, Global Trends. Il commercio al dettaglio, ha spiegato, vive le grandi transizioni del nostro tempo – verde, digitale, demografica – e proprio per questo la dimensione locale e cittadina diventa decisiva.
I dati raccontano un mercato che si concentra: negli ultimi dieci anni la quota di valore aggiunto e occupazione delle piccole e medie imprese del settore è scesa in media del 7% in tutta Europa, con lo stesso segno in tutti i Paesi. La produttività delle PMI resta intorno al 70% di quella delle grandi imprese, sostanzialmente stabile. A cambiare radicalmente è stato il digitale: la quota di imprese con un sito che consente di ordinare online è passata dal 23% al 43% in un decennio, e dall’analisi di un campione di 27.000 imprese in cinque Paesi europei emerge che le piccole aziende che adottano tecnologie digitali tendono a essere più produttive. In calo, intanto, le emissioni di gas serra del comparto, anche grazie alle politiche europee.
Nella parte dedicata alle policy, lo studio ha esaminato oltre 150 politiche lanciate dai governi europei, raggruppandole in tre famiglie: sostegno finanziario, sostegno tecnico e approccio integrato. Ma il messaggio chiave è uno, ha sottolineato Bianchini: il coordinamento tra livello europeo, nazionale e locale è il vero fattore di successo. «That’s where the magic happens», è lì che accade qualcosa di interessante, quando i diversi livelli di governo lavorano davvero insieme.
«Negozi che creano città migliori»: il commercio come attore urbano
Il punto di vista del campo lo ha portato Davide Agazzi, co-fondatore di FROM, società che unisce ricerca, progettazione sociale e comunicazione per la trasformazione urbana, presentando la ricerca Negozi che creano città migliori, commissionata da Confcommercio e parte del lavoro del progetto Cities.
Il suo contributo ha proposto un cambio di lenti. Negli indici internazionali sull’attrattività delle città – Agazzi ha citato il ranking Europe’s Best Cities di Resonance e Ipsos – il commercio locale viene collocato nella dimensione esperienziale, quella che serve ad attirare persone. Una visione, ha osservato, oggi insufficiente: in molti contesti il problema non è più l’attrattività, ma garantire i servizi di base. «Quando parliamo di commercio non parliamo solo di attrattività, ma di qualità della vita e servizi essenziali». Il negozio, in questa prospettiva, è «un vero e proprio attore urbano che opera nell’interesse pubblico», capace di incidere su questioni economiche, sociali, urbanistiche e ambientali insieme.
Per dimostrarlo, FROM ha illustrato che cosa stanno già facendo le città medie europee, con quattro casi tratti dalla ricerca.
- Parigi – Paris Commerces. Dal 2004 un’agenzia pubblico-privata acquista, ristruttura e riassegna locali commerciali nei quartieri colpiti da desertificazione o iperspecializzazione. Oltre 200 milioni di euro investiti e più di 800 locali sfitti riassegnati. Il parallelo proposto: come le città producono housing sociale, possono sostenere l’esistenza stessa dei negozi di servizio.
- Ghent – PuurGent. Una delle più grandi zone pedonali commerciali d’Europa, nata dal Piano integrato dello spazio pubblico (IPOD). Governance condivisa per “Consigli” (commercio, vita notturna, gastronomia) e lo spazio pop-up “The Box”, dove le imprese emergenti testano i propri format prima di trovare una sede.
- Valladolid – Valladolid Traspasa. Un servizio pubblico per il ricambio generazionale che mette in contatto chi cede l’attività con chi vuole subentrare, garantendo continuità alle imprese e riducendo gli oneri di avvio. Un investimento di 5,5 milioni di euro nel 2024.
- Budapest – Nyitva! Fesztival. Dal 2014, la riattivazione temporanea degli spazi sfitti attraverso iniziative socio-culturali, con il coinvolgimento diretto di proprietari e agenzie immobiliari, spesso sfociato in contratti di lungo periodo.
Esempi che suggeriscono possibili leve e che le istituzioni europee possono attivare:
- riconoscimento del commercio e dei servizi di prossimità come infrastruttura economica e sociale;
- monitoraggio e la prevenzione della desertificazione, con un osservatorio europeo;
- chiarimento del regolamento sugli aiuti di Stato e del de minimis per sostenere negozi, servizi essenziali e locali sfitti nelle aree fragili;
- sostegno ai programmi locali delle città capoluogo e delle aree interne;
- fiscalità agevolata e la semplificazione amministrativa per le microimprese;
- possibilità per gli enti territoriali, a determinate condizioni, di regolare la proliferazione commerciale;
- migliore regolazione di piattaforme, marketplace e dati, nel segno della proporzionalità normativa.
Un parallelo, ha aggiunto, già percorso per gli affitti brevi e le relative piattaforme: se esiste una legislazione che interviene sulla casa, «probabilmente il commercio locale merita la stessa attenzione».
Dai territori alle politiche europee: la voce degli eurodeputati
Il confronto politico ha riunito tre eurodeputati con un’esperienza diretta di amministrazione cittadina, chiamati a testimoniare che cosa l’Europa può fare per i centri urbani.
Per Letizia Moratti (gruppo PPE), le città sono il cuore del modello sociale europeo: vi vive il 75% degli europei e vi si genera circa l’85% del Pil. Vanno viste come laboratori dove digitalizzazione, transizione verde, mobilità sostenibile e coesione si concretizzano, e dove «prossimità è uguale a qualità della vita». Da qui la necessità di superare l’approccio a silos anche a livello locale, costruendo ecosistemi che mettano in sinergia istituzioni, imprese, volontariato, ricerca. All’Europa, Moratti ha chiesto una legislazione a misura di micro e piccole imprese – con la riduzione degli oneri burocratici già avviata con i pacchetti omnibus – e ha proposto la creazione di un network europeo di buone pratiche per orientare meglio le scelte del legislatore.
Giorgio Gori (gruppo S&D) ha portato l’esperienza da sindaco di Bergamo e da assessore alle Attività produttive: una «navigazione controvento», ha detto, contro due fenomeni che erodono il commercio di vicinato, i grandi hub commerciali e l’e-commerce. Gori ha raccontato di una città circondata da mall capaci di drenare una fetta significativa dei consumi di una provincia da 1.100.000 abitanti. La risposta ha intrecciato urbanistica e politiche per il commercio, dato centralità al distretto urbano del commercio e puntato sulla rigenerazione del centro come prima vera politica commerciale: «Rendere il centro più bello e attrattivo è stata la cosa più significativa che abbiamo potuto fare per il commercio». Sul digitale, l’invito a superare la diffidenza dei negozianti: l’e-commerce può diventare un alleato, non un nemico, soprattutto dove il ricambio generazionale porta dietro il bancone competenze nuove.
Daniele Polato (gruppo ECR), con un percorso da amministratore a Verona, ha posto il modello italiano al centro dell’agenda urbana europea: la prossimità come pilastro della coesione sociale, una coesione che «non è qualcosa di imposto dalla burocrazia di Bruxelles, ma parte dal basso, dai territori». Polato ha messo in guardia dalla «standardizzazione ideologica» e dai «regolamenti ciechi» che rischiano di penalizzare il piccolo commercio a vantaggio delle grandi piattaforme globali, e ha rivendicato il ruolo dei commercianti come «prime sentinelle della legalità» sul territorio, richiamando i suoi anni da assessore alla Sicurezza. Tra i nodi da affrontare, strumenti fiscali concreti per le microimprese, interventi su affitti e costi delle commissioni, accessibilità e parcheggi, e una «transizione green pragmatica a chilometro zero», che valorizzi le filiere corte come modello di sostenibilità.
Dalle politiche europee ai territori
Il secondo tavolo ha rovesciato la prospettiva, con tre sguardi diversi su ciò che accade quando le politiche europee incontrano i territori.
Igor Kalinic, capo settore dell’agenzia EISMEA della Commissione europea, ha offerto i numeri del settore del commercio al dettaglio: 11,5% del valore aggiunto dell’Unione, quasi 30 milioni di posti di lavoro, 5,5 milioni di imprese, di cui il 99% micro e piccole. Realtà spesso fatte di una o due persone che, ha osservato, dimostrano una notevole capacità di resilienza e adattamento, «un fattore sottovalutato» da cui gli altri settori possono imparare. Per sostenerle servono concorrenza leale, un mercato unico ben funzionante e un quadro normativo favorevole e semplificato. Kalinic ha dedicato la parte centrale del proprio intervento al premio Capitali europee del piccolo commercio, nato da una petizione popolare e affidato per la sua realizzazione proprio a EISMEA: non un semplice riconoscimento, ma un meccanismo di scambio di buone pratiche tra città vincitrici e finaliste, pensato per essere replicato altrove. Quest’anno il titolo è andato a Barcellona, a Caldas da Rainha in Portogallo e a Silandro, mentre sono già aperte le candidature per il premio 2027.
Eleonora Orso, policy advisor di Eurocities – rete che riunisce 222 città in Europa, anche fuori dai confini dell’Unione – ha portato la voce diretta degli enti locali. Citando i due Transition Pathway della Commissione su economia di prossimità e commercio al dettaglio, Orso ha invitato a smettere di guardare al retail come a «una vecchia economia da proteggere» e a ripensarlo come leva di sviluppo e innovazione sociale. Ha richiamato il caso di Amsterdam, dove la pressione turistica spinge verso la monocultura commerciale di souvenir, fast food e sportelli bancomat a scapito dei servizi per i residenti, e quello di Valladolid sul ricambio generazionale, oltre al progetto codeZERO di Eurocities sulla logistica sostenibile dell’ultimo miglio. Tre le leve indicate per l’Europa – regolamentazione, governance e investimenti – con un richiamo alla strategia del right to stay, il diritto a non lasciare i territori colpiti dallo spopolamento, e al nodo decisivo: l’agenda urbana europea resterà una buona intenzione se non sarà finanziata dal nuovo bilancio.
Una testimonianza concreta è venuta da Thomas Schuster, responsabile di progetto di Silandro/Schlanders, in provincia di Bolzano, che è stata insignita del premio “Vanguard City” nell’ambito delle Capitali europee del piccolo commercio. Schuster ha descritto un comune di 6.000 abitanti in Val Venosta, in Alto Adige, con un centinaio di imprese commerciali ancora attive e un centro storico vivo. Una piccola comunità che, ha spiegato, si pone ogni giorno la stessa domanda delle grandi città: «Fino a quando?».
Le scelte raccontate da Schuster compongono un modello: il centro di innovazione BASIS, ricavato in una caserma dismessa; una capillare rete in fibra ottica, insolita per un comune rurale; le centrali idroelettriche che rendono il paese energeticamente autosufficiente. E soprattutto la Dichiarazione di Silandro, firmata il 17 aprile: sette principi pubblici, a partire da quello del bene comune – «il piccolo commercio è un’infrastruttura pubblica» – fino a quello della rappresentanza, perché «i piccoli comuni meritano grande ascolto». Su tutti, la sfida del ricambio generazionale: in Alto Adige un quarto delle imprese commerciali non ha un successore, e per una comunità come Silandro significa una ventina di negozi a rischio. La risposta è il programma “Be the Next Boss”, che dà visibilità a chi cede e a chi vuole rilevare, struttura il passaggio con mentoring e trasferimento di competenze, e manda ai giovani il segnale che rilevare un’attività è una scelta, non un ripiego. Un metodo che ha già funzionato: una storica ferramenta del paese ha trovato così la sua nuova, giovane titolare.
Visita il sito di progetto: https://schlanders.live/
Fitto: l’agenda europea per le città
In videocollegamento, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, ha collocato il tema dentro il percorso di modernizzazione della Politica di coesione avviato a inizio legislatura, a partire dalla revisione di medio termine che ha mobilitato 35 miliardi di euro e introdotto nuove priorità e un metodo di dialogo con tutti i livelli istituzionali.
Il vicepresidente ha richiamato la doppia sfida demografica che attraversa l’Europa: da un lato la concentrazione crescente nelle grandi aree urbane, dall’altro lo spopolamento delle aree interne, delle isole e delle zone rurali. Per affrontarla, la Commissione ha messo in campo due azioni: l’agenda europea per le città, approvata per la prima volta e frutto di un confronto diretto con i sindaci, e una strategia dedicata alle aree interne. Entrambe, ha spiegato, guardano al bilancio 2028-2034 e al nuovo approccio del Piano nazionale-regionale di partenariato, con le piccole e medie imprese tra i principali beneficiari.
Fitto ha rivendicato il valore di un metodo integrato, che coordina settori diversi – agricoltura, turismo, trasporti, pesca e blue economy – e ha annunciato il lavoro, insieme al commissario Tzitzikostas, su una strategia europea per il turismo come leva per le potenzialità delle città. «Evitare di affrontare settorialmente le politiche di intervento senza una visione d’insieme adeguata» è la sua sintesi.
Con Confcommercio, ha concluso, «c’è un dialogo costante» e «tutte le condizioni per lavorare bene insieme».
Vedi anche l’articolo dell’evento sul sito confederale.



