
Il potere della prossimità: Cities al Festival dell’economia di Trento
Negozi e quartieri come infrastruttura sociale, presidio democratico e leva di rigenerazione urbana: Barcellona, Eurocities, ANCI e Confcommercio a confronto
Il Festival dell’economia di Trento è una delle manifestazioni più autorevoli nel panorama culturale ed economico europeo. Organizzato dal Gruppo Il Sole 24 Ore insieme a Trentino Marketing per conto della Provincia Autonoma di Trento, con il contributo del Comune di Trento e dell’Università di Trento, quest’anno ha raggiunto la sua ventunesima edizione. Il tema scelto – «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani» – mette a confronto il tramonto delle leggi del mercato e della globalizzazione con l’ascesa di nuovi centri di potere e con le speranze delle nuove generazioni. A dare corpo al confronto contribuiscono oltre 700 relatori in più di 300 eventi, tra cui quattro premi Nobel, sedici ministri e oltre cento accademici.
In questo contesto, l’Associazione dei pubblici esercizi del Trentino ha promosso il panel «Il potere della prossimità: oltre l’algoritmo, la città come comunità», ospitato il 20 maggio 2026 nella Sala Conferenze della Fondazione Caritro. Il progetto Cities di Confcommercio ha partecipato con Paolo Testa, responsabile del Settore Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio nazionale, che ha moderato i lavori.
La domanda al centro del confronto era tanto semplice quanto urgente: in un’epoca in cui la ricchezza si concentra nei grandi operatori digitali e le decisioni economiche si spostano verso piattaforme e algoritmi, cosa può fare la città per recuperare sovranità sul proprio destino? La risposta emersa dal panel ribalta un luogo comune diffuso: il terziario di mercato urbano non è un residuo della vecchia economia in cerca di protezione, ma una forma di sviluppo economico e di innovazione sociale capace di generare una nuova architettura della città a misura di persone.
Attorno al tavolo si sono seduti
- Josep Xurigué Camprubí, vicedirettore di Barcelona Comerç;
- Eleonora Orso, responsabile delle politiche per lo sviluppo economico di Eurocities;
- Luciano Sbraga, direttore del Centro Studi di FIPE Confcommercio;
- Massimo Allulli, responsabile dell’Ufficio PNRR e Politica di Coesione di ANCI.
Negozi, quartieri e democrazia: la lezione di Barcellona
C’è una piazza al centro di Trento. Era lì anche quando il foro romano ospitava insieme la basilica – il centro del potere – e il mercato. Due funzioni inseparabili, due modi di stare insieme che hanno costruito la città prima ancora che qualcuno le desse un nome. È con questa immagine che Josep Xurigué Camprubí ha aperto il proprio intervento, per fondare un ragionamento che non guarda al passato con nostalgia, ma lo usa come bussola per orientarsi nel presente.

Barcellona, ha spiegato, deve la propria tenuta commerciale a una struttura urbanistica policentrica: il risultato dell’aggregazione ottocentesca di quartieri distinti, ciascuno con la propria identità, ha favorito la sopravvivenza di una rete densa di negozi e pubblici esercizi che altrove è andata perduta. Il quartiere dell’Eixample conta ancora oggi una densità commerciale di circa mille botteghe per chilometro quadrato. Non è un dato casuale: è il frutto di scelte consapevoli. Come la riprogettazione del mercato di Sant Antoni con ampi spazi pubblici e logistica interamente sotterranea, realizzata prima dell’arrivo della Direttiva Bolkestein per mettere il mercato municipale nelle condizioni di reggere gli effetti delle liberalizzazioni. Barcelona Comerç – fondazione privata che riunisce 4.500 commercianti in 53 quartieri e organizza ogni anno cinquanta fiere nel cuore della città storica – è nata proprio per essere l’interlocutore strutturato di questa governance: non un’associazione di categoria che porta rivendicazioni, ma un soggetto che siede al tavolo delle decisioni cittadine con una proposta.
Il punto più urgente dell’intervento di Xurigué Camprubí ha riguardato le sfide che le città europee stanno affrontando adesso: l’iper-digitalizzazione che isola le persone e le individualizza, la pressione degli affitti che espelle il commercio di qualità dai centri storici, i flussi migratori che trasformano la composizione dei quartieri, la crisi democratica che alimenta polarizzazione. Di fronte a tutto questo, il vicedirettore di Barcelona Comerç ha rivendicato per il commercio di prossimità un ruolo che va ben oltre l’economia: quello di presidio della coesione sociale, di luogo in cui si pratica quotidianamente quella cura delle persone – quella «ecologia emozionale», come l’ha definita – che nessuna piattaforma digitale può replicare. A Barcellona, per esempio, Barcelona Comerç ha costruito un ponte tra la propria rete associativa e la comunità di commercianti del Bangladesh del centro città, trasformando un potenziale fattore di tensione in uno strumento di integrazione e coesione.
«Il modo in cui compri decide la forma del tuo quartiere», ha detto Xurigué Camprubí. «Ogni giorno, con la borsa della spesa, decidiamo il futuro delle nostre strade. È una questione profondamente politica, nel senso etimologico della polis».
Una consapevolezza che a Barcellona ha preso la forma di una proposta concreta: la creazione della Capitale europea del commercio locale, nata nel 2019 da un’intuizione di Barcelona Comerç e diventata oggi un riconoscimento ufficiale dell’Unione europea. Non un premio simbolico, ma uno strumento per costruire visione collettiva, mobilitare gli attori del territorio e preamiare la stabilità delle politiche, che troppo spesso cambiano con i cicli elettorali.
«Abbiamo bisogno di una visione di medio termine», ha detto. «Le politiche pubbliche non possono cambiare ogni due anni». E ha rilanciato con una proposta di movimento: riconoscere il 9 maggio – Giornata dell’Europa – come Giornata europea del commercio di prossimità, una data in cui cittadini, commercianti e governo locale scendono insieme in strada per difendere un modello di società e uno stile di vita che è parte costitutiva dell’identità europea.
L’Europa ha già scelto: la prossimità è un ecosistema strategico
Se il contributo da Barcellona ha offerto la cornice culturale del ragionamento, quello di Eleonora Orso ha fornito la mappa istituzionale in cui esso si inserisce a livello europeo.

Nel 2020 la Commissione europea ha identificato, all’interno della propria strategia industriale, quattordici ecosistemi su cui concentrare le politiche di transizione verde e digitale. Due di questi – «Retail» e «Proximity and Social Economy» – riguardano direttamente l’economia di prossimità e il commercio al dettaglio: un riconoscimento esplicito che il settore è infrastruttura economica strategica, non attività marginale da tutelare in via residuale.
I numeri confermano la portata della posta in gioco. Il retail è il più grande dei quattordici ecosistemi identificati: genera l’11,5% del valore aggiunto europeo, crea trenta milioni di posti di lavoro in cinque milioni e mezzo di imprese. Il 99% di queste sono piccole e medie imprese: è, in altri termini, la spina dorsale occupazionale del continente.
Orso ha poi chiarito il senso politico dell’iniziativa Capitale europea del piccolo commercio, di cui sono ora aperte le candidature. Non si tratta di premiare una vetrina, ma di valutare la qualità della partnership tra enti locali, associazioni di categoria e operatori privati. Il criterio centrale è proprio la capacità di costruire una governance condivisa e sostenibile nel tempo.
Le esperienze delle città europee che Eurocities monitora mostrano una convergenza significativa: tutte le grandi città hanno ormai una strategia per il commercio locale, ma la differenza tra chi produce risultati e chi no sta nella capacità di agganciare quella strategia alle sfide reali del proprio contesto.
Amsterdam lavora sulla diversificazione dell’offerta commerciale per contrastare insieme desertificazione e monoculturizzazione turistica, attraverso un modello di governance in partenariato con operatori e associazioni immobiliari. Valladolid, in Castiglia, affronta il declino demografico puntando su un patto generazionale che trasforma il passaggio di consegne tra titolari anziani e giovani imprenditori in una politica pubblica strutturata. Parigi, tramite la società mista SEMAEST, recupera locali sfitti per controllare il mix commerciale nei quartieri e accompagna i piccoli esercenti nella transizione digitale con programmi dedicati di mentorship e coaching.
Tre città, tre problemi diversi, una stessa convinzione: il commercio di prossimità non si governa né con il laissez-faire né con il dirigismo, ma con politiche attive e partnership stabili tra pubblico e privato.
I pubblici esercizi: un’economia che vive nelle città
Luciano Sbraga ha portato al panel la prospettiva dei pubblici esercizi, rivendicando per questo segmento un ruolo che spesso non compare nelle analisi urbanistiche ma è invece determinante per la vita economica e sociale delle città.

Il punto di partenza è macroeconomico: i servizi rappresentano oggi i tre quarti del valore aggiunto nazionale, una quota cresciuta significativamente nell’arco degli ultimi trent’anni. I servizi vivono nelle città, e le città concentrano tra l’80 e il 90% del PIL nazionale. «Se si fermano le città, si ferma lo sviluppo», ha detto Sbraga, invitando a leggere le politiche urbane anche come politiche economiche, non solo come scelte di pianificazione spaziale.
All’interno di questo quadro, i pubblici esercizi costituiscono una rete capillare senza equivalenti: sono presenti in oltre il 90% dei comuni italiani, compresi quelli con poche centinaia di abitanti, spesso come unico presidio di socialità in territori che hanno perduto ogni altra forma di servizio. La densità varia significativamente da città a città – nell’ordine di circa 190-200 abitanti per esercizio nelle grandi città italiane, Trento inclusa – e impone una riflessione sulla sostenibilità economica di attività che operano in mercati molto affollati.
Il caso di Milano, e in particolare della zona intorno a Porta Venezia, è stato presentato come un esempio concreto di cosa accade quando la pressione insediativa non viene governata. Tra il 2011 e il 2023, le attività di ristorazione in quell’area sono cresciute del 53% generando una concentrazione tale da scatenare conflitti con i residenti, sfociati in una condanna del Comune da parte del tribunale per non aver impedito una «eccessiva concentrazione di attività in uno spazio ristretto».
Sbraga ha usato questo caso non per accusare, ma per aprire una questione di governance: i sindaci possono intervenire. Il decreto legislativo 59/2010, che recepisce a livello nazionale la Direttiva Servizi (cd. Bolkestein), prevede esplicitamente la possibilità di limitare l’apertura di nuove strutture in presenza di «motivi imperativi di interesse generale» non altrimenti risolvibili. Non si tratta di negare la libertà di impresa garantita dall’articolo 41 della Costituzione, ma di esercitare una regia territoriale: non si impedisce di aprire, si indirizza verso aree in cui l’attività non produce esternalità negative per i residenti.
L’altro tema toccato da Sbraga riguarda lo spazio pubblico e, in particolare, i dehors, che vanno letti non come mera «occupazione di suolo pubblico» da regolamentare in chiave restrittiva, ma come opportunità di valorizzazione della città. L’esempio di Bruges – dove i dehors convivono con un patrimonio architettonico UNESCO senza deturparlo, restituendo anzi vitalità alle piazze storiche – è stato citato come modello di riferimento per un approccio che in Italia stenta ancora ad affermarsi con continuità.
Il PNRR, le città e ciò che viene dopo
Massimo Allulli ha portato al panel la prospettiva di chi lavora ogni giorno a fianco delle amministrazioni comunali, inquadrando il dibattito in una scadenza precisa: il 30 giugno 2026, data di chiusura operativa del ciclo PNRR.

I numeri del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono imponenti: 193 miliardi di euro complessivi, dei quali circa 40 destinati ai Comuni come soggetti attuatori. Queste risorse hanno finanziato progetti di mobilità sostenibile, riqualificazione delle periferie, rigenerazione urbana e inclusione sociale. E hanno anche attivato, nei territori, una comunità di pratiche – fatta di funzionari, amministratori, operatori economici – che ha imparato a lavorare insieme su obiettivi condivisi.
ANCI e Confcommercio si sono incontrate più volte lungo questo percorso, per ragionare insieme su come non disperdere il valore accumulato. Quando il decreto-legge 95/2025 ha istituito il fondo per la rigenerazione urbana, le due organizzazioni hanno lavorato insieme affinché i futuri decreti attuativi prevedano esplicitamente progetti integrati, in cui alla riqualificazione degli spazi pubblici si accompagni una strategia di valorizzazione del commercio locale. Il riferimento a buone pratiche locali, documentate anche dal progetto Cities, che – tramite le Amministrazioni comunali – hanno attivato, ad esempio, meccanismi di incentivo fiscale, affidamento di spazi pubblici agli operatori economici e utilizzo creativo di aree dismesse, dimostra che i modelli virtuosi esistono, sono stati sperimentati e possono essere replicati con le risorse del prossimo ciclo europeo di Politica di coesione, che dovrebbe avviarsi nel 2028.
Allulli – richiamando un tema già affrontato da Luciano Sbraga – ha aggiunto un elemento di complessità che sarebbe riduttivo ignorare. Applicare le norme che già esistono – quelle che consentirebbero ai Comuni di governare la concentrazione delle attività commerciali – richiede molto più di una volontà politica: richiede analisi territoriali, concertazione con gli stakeholder, gestione del rischio di contenzioso e risorse che le amministrazioni locali spesso non hanno. «Non abbiamo tanto un problema di norme, quanto un problema di politiche», ha detto Allulli. La norma esiste, ma per essere messa in atto ha bisogno di un ecosistema: risorse, capacità tecniche, relazioni consolidate tra i diversi attori del territorio. La soluzione non può che essere sistemica.
«Se non lo programmiamo oggi, arriveremo già in ritardo», ha concluso Allulli, riferendosi al prossimo ciclo europeo di coesione. È un avvertimento che vale anche come invito: il tempo per costruire la visione è adesso.
Cosa fare da domani
Nella parte conclusiva del panel, Paolo Testa ha anticipato che il progetto Cities sta lavorando per identificare un insieme di misure immediatamente applicabili per affrontare temi come la riattivazione degli spazi sfitti, la rivitalizzazione dello spazio pubblico, la mobilità, la logistica urbana. Tuttavia – segnala Testa – il coinvolgimento della proprietà immobiliare resta un nodo essenziale da affrontare per l’efficacia reale di qualsiasi misura.
La stabilità delle politiche, la qualità dello spazio pubblico, la capacità delle amministrazioni di esercitare una regia territoriale senza aspettare nuovi fondi o nuove norme: questi i fili che il panel ha intrecciato senza scioglierli del tutto. La direzione, però, è chiara e condivisa: il commercio di prossimità non è un problema da gestire, è una risorsa da valorizzare e sostenere insieme.

Rivedi l’integrale del panel sulla pagina dedicata del Festival dell’economia di Trento.



