Scorcio di una via commerciale italiana con negozi di vicinato e vita urbana simbolo della resilienza del commercio di prossimità
5 Marzo 2026

Desertificazione commerciale in Italia: i dati della ricerca e la resilienza inattesa delle aree interne

Tra il 2014 e il 2022, il commercio al dettaglio non specializzato ha perso oltre un punto vendita su otto. La ricerca rivela però anche un fenomeno controcorrente: i comuni delle aree interne mostrano una capacità di tenuta del tessuto commerciale che sfida i modelli interpretativi convenzionali.

L’analisi che segue approfondisce i risultati di una recente ricerca scientifica indipendente condotta da Istat e ARTI Puglia. Tali risultanze integrano e consolidano il quadro statistico sulla Demografia d’impresa nelle città italiane che l’Ufficio Studi di Confcommercio realizza annualmente, offrendo un’ulteriore chiave di lettura tecnica e accademica sui processi di trasformazione del terziario di mercato.

La desertificazione commerciale in Italia – ossia la progressiva rarefazione degli esercizi di vicinato dal tessuto urbano e periurbano nel nostro Paese – dispone ora di una base conoscitiva più solida e articolata. È quanto emerge da “Decoding Italy’s commercial desertification: challenges, causes, and sustainable solutions”, ricerca pubblicata a febbraio 2026 sulla Rivista Italiana di Economia Demografia e Statistica, a cura di Agata Maria Madia Carucci, Valeria Marzocca e Roberto Antonello Palumbo di Istat e Annamaria Fiore di ARTI Puglia.

Incrociando i dati del Registro statistico delle unità locali (ASIA-UL), del Registro statistico delle imprese attive (ASIA-Imprese), del sistema sperimentale Istat “A misura di comune” e del Frame-SBS – che integra fonti amministrative e indagini campionarie per descrivere le variabili economiche delle imprese a livello territoriale – lo studio ricostruisce l’evoluzione del settore Commercio in Italia nell’arco di otto anni (2014-2022), con un focus territoriale sul commercio al dettaglio non specializzato (ATECO 47.1).

Un settore in profonda trasformazione

Il commercio al dettaglio rappresenta nel 2022 una componente rilevante del sistema produttivo italiano: oltre 600.000 unità locali, pari al 12% del totale nazionale, e quasi due milioni di addetti, corrispondenti al 10,4% dell’occupazione complessiva. Dietro questi numeri aggregati, tuttavia, si celano dinamiche profondamente divergenti tra i diversi comparti.

A crescere in misura significativa è l’e-commerce con un aumento del 72,5% delle unità locali e del 56,4% degli addetti tra il 2014 e il 2022. Segnali positivi anche per i negozi specializzati in prodotti alimentari e in apparecchiature informatiche, che registrano incrementi sia in termini di punti vendita che di occupazione.

Il quadro si inverte per i settori più tradizionali: la vendita di abbigliamento e altri beni in negozi specializzati perde il 13,4% delle unità locali, le dotazioni per la casa il 16,5%, i prodotti culturali e ricreativi – libri, articoli sportivi, musica – il 23,2%. Il commercio su aree pubbliche si contrae del 18,4%. Non si tratta di segnali congiunturali, ma della manifestazione di una ristrutturazione strutturale del comparto, accelerata dalla pandemia e dai rincari energetici, ma radicata in trasformazioni di lungo periodo nei comportamenti di consumo e nella diffusione della grande distribuzione organizzata e delle vendite online.

Il commercio non specializzato: minimarket in crisi, grande distribuzione in espansione

Il nucleo analitico della ricerca si concentra sul comparto del commercio al dettaglio non specializzato (ATECO 47.1), che comprende supermercati, minimarket, discount e grandi magazzini. È qui che la desertificazione si manifesta con maggiore evidenza: tra il 2014 e il 2022, le unità locali si riducono del 12,2% a livello nazionale, con una contrazione che raggiunge il 18,1% nelle regioni meridionali.

All’interno di questo dato complessivo emergono tuttavia tendenze contrapposte, che riflettono una sostituzione di modelli piuttosto che una semplice contrazione dell’offerta. I minimarket subiscono il calo più pronunciato: -41,1% delle unità locali e -28,7% degli addetti. Parallelamente, i supermercati registrano una crescita del 19,2% nei punti vendita e del 17,6% nell’occupazione; i discount aumentano del 6% nelle sedi, con gli addetti in crescita del 36,7%. Crescono anche i grandi magazzini e le forme ibride di vendita non specializzata.

Il risultato complessivo configura un paradosso apparente: a fronte della riduzione delle unità locali, l’occupazione nel comparto cresce del 5,6%. Gli autori interpretano questo dato come il segnale di una riconfigurazione strutturale del settore – una trasformazione nella composizione e nella scala delle attività retail – piuttosto che come una perdita netta di posti di lavoro.

Dal punto di vista territoriale, i piccoli esercizi non specializzati sono diminuiti in tutte le regioni tranne il Lazio, mentre le strutture di maggiori dimensioni sono cresciute sull’intero territorio nazionale, con incrementi più marcati nelle regioni meridionali. Sul versante occupazionale, le unità locali di piccola dimensione hanno registrato una riduzione degli addetti prossima al 20%, con le perdite più severe – superiori al 30% – in Molise, Marche e Umbria. Le grandi strutture hanno invece aumentato l’occupazione del 12%, con picchi in Campania (+81%) e Puglia (+48%).

I fattori della desertificazione: demografia, reddito, accessibilità

Per identificare le determinanti territoriali del fenomeno, la ricerca ha applicato un modello di regressione di Poisson a livello comunale, che consente di stimare i fattori associati alla variazione del numero di unità locali nel settore non specializzato tra il 2014 e il 2022, controllando le differenze strutturali tra comuni.

I risultati confermano alcune ipotesi attese: la crescita demografica recente è positivamente associata alla presenza di unità locali commerciali, mentre l’invecchiamento della popolazione esercita un effetto negativo. Il reddito medio pro capite e la densità abitativa sono positivamente correlati alla vitalità commerciale. L’accessibilità ai principali centri urbani si rivela determinante: la distanza dai poli di riferimento penalizza in modo statisticamente significativo il mantenimento del tessuto commerciale locale. Fortemente predittivi si rivelano anche gli indicatori settoriali: la variazione dell’occupazione e il valore aggiunto per addetto nel comparto sono entrambi positivamente associati al numero di unità locali presenti.

La resilienza inattesa delle aree interne

Focalizzandosi ancora sul comparto non specializzato (ATECO 47.1), il risultato più sorprendente, il risultato più sorprendente – e più rilevante sul piano delle politiche territoriali – riguarda il comportamento dei comuni classificati come aree interne. Convenzionalmente considerati i territori più vulnerabili ai processi di desertificazione, questi comuni mostrano invece, a parità di tutti gli altri fattori considerati nel modello, una capacità di mantenimento del tessuto commerciale superiore a molti comuni centrali. Un risultato che, nelle parole degli autori, “sfida le assunzioni convenzionali sulla concentrazione del commercio nelle aree centrali”.

Gli autori non forniscono una spiegazione causale univoca, ma indicano che questo esito impone una revisione delle categorie interpretative con cui si legge la geografia commerciale del Paese: la vulnerabilità di un territorio non si traduce automaticamente in desertificazione. Riconoscere e valorizzare i meccanismi di resilienza che operano nelle aree interne è, secondo la ricerca, una delle priorità per una politica commerciale che aspiri a essere realmente territoriale.

Il negozio di vicinato come infrastruttura sociale: implicazioni di policy

Le conclusioni della ricerca vanno oltre la dimensione strettamente economica. Gli autori richiamano esplicitamente la funzione sociale degli esercizi di prossimità: il commercio di vicinato non eroga soltanto beni e servizi, ma genera – per usare il termine adottato nella ricerca – “urbanità“, ovvero opportunità di interazione, aggregazione e vita collettiva che contribuiscono alla coesione del tessuto urbano e alla sicurezza percepita negli spazi pubblici.

Per questo le soluzioni proposte non sono di tipo puramente economico. Servono politiche su misura per ogni territorio – le cosiddette politiche place-based – che tengano conto delle specificità locali: l’età della popolazione, la distanza dai servizi, la vitalità del tessuto produttivo. Servono incentivi mirati, migliore connettività e il supporto alla digitalizzazione anche per i piccoli esercenti, affinché possano competere nel mercato contemporaneo senza rinunciare alla propria identità.

In questo quadro, la ricerca cita esplicitamente iniziative come il progetto Cities di Confcommercio come esempio dell’approccio integrato suggerito dagli autori per promuovere la rigenerazione urbana, la coesione e l’attrattività dei centri urbani attraverso la collaborazione tra istituzioni pubbliche e stakeholder privati.

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